LA PAROLA DEL TESTO

Rivista internazionale di letteratura italiana e comparata
Semestrale
Direttore: Antonio Lanza.
Comitato scientifico:Zygmunt Guido Baranski, Giorgio Baroni, Theodore Cachey, Marcello Ciccuto, Dante Della Terza, Angelo Fabrizi, Claire Honess, Simon Gilson, Antonio Illiano, Christopher Kleinhenz, Richard Lansing, Marina Marietti, Bortolo Martinelli, Ronald L. Martinez, Martin McLaughlin, Lino Pertile, Théa Stella Picquet, Vincenzo Placella, Wilhelm Pötters, Renzo Rabboni, Piotr Salwa, John A. Scott, Karlheinz Stierle, Franco Suitner, Luigi Surdich, Francesco Tateo, Maria Antonietta Terzoli, Juan Varela-Portas de Orduña, Stefano Verdino, Maurizio Vitale.
Amministrazione:  Fabrizio Serra editore, Pisa-Roma. Uffici di Pisa: via Santa Bibbiana 28 - I 56123. Uffici di Roma: Via Carlo Emanuele I 48 - 00185.
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Rubriche: Saggi.

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Rivista internazionale di letteratura italiana e comparata

Anno 2015 - N. 1-2
(a cura di Marina Dattola)


ANTONIO LANZA, Affinità tematiche tra la poesia persiana e la lirica italiana antica
Viene qui riproposto l’intervento che Antonio Lanza fece il 20 maggio 2014 a Roma in occasione della presentazione del volume “A volte velo e a volte specchio” di Carla De Bellis e Iman Mansub Basiri. La silloge proposta comprende poesie scritte dal IX secolo d.C. sino al XIX, con testo persiano a fronte, e intende evidenziare differenze e similitudini con la lirica italiana antica. Secondo il Lanza non è possibile negare l’esistenza di rapporti nell’area romanza, trobadorica e iberica, ma riscontrabili anche in quella italiana. Nella lirica neopersiana, però, secondo Basiri, è difficile riuscire a riconoscere il tema dell’amore perché il soggetto principale non era necessariamente la donna ed è evidente una cristallizzazione del linguaggio poetico che non presenta differenze dal IX secolo ad oggi. Comuni sono i paragoni della donna amata con il sole e le stelle, raro quello con la luna e frequente è il riferimento ad una donna mora dagli occhi neri e non con gli occhi azzurri, la carnagione chiara e i capelli biondi. Molti motivi comuni derivano probabilmente da una germinazione spontanea comune dovuta ai numerosi contatti intercorsi per motivi commerciali, politici e artistici.
Pag. 13-19

LUIGI PEIRONE, “Avranno fame di te” (“Inf.” XV 71-72)
Diverse sono state le interpretazioni dei versi 70-72 del XV canto dell’”Inferno” di Dante, relativi alla profezia che Brunetto Latini fa sul futuro del poeta. Secondo i commentatori antichi, tra i quali possiamo citare Guido da Pisa, il senso dei versi è che ambedue le parti avrebbero voluto avere Dante con sé, mentre per quelli moderni le due parti avrebbero voluto divorarlo. Sicuramente il termine ‘onor’ riveste un ruolo fondamentale nell'interpretazione e spiega il desiderio così intenso, chiarito dalla metafora del becco e dell’erba. Il termine ‘fama’, invece, venne più volte utilizzato dal poeta nel “Purgatorio” XXII 40, nel “Paradiso” XIX 26 e XXXI 105, e da altri come Jacopone da Todi in una lauda, Domenico Cavalca nello “Specchio di croce” e santa Caterina da Siena nel “Libro della divina dottrina”. Per quanto riguarda la voce ‘becco’, all'epoca di Dante poteva significare solo prominenza cornea della bocca degli uccelli, oppure caprone, come è possibile leggere in Giordano da Pisa o nelle “Laude cortonesi”. Il senso dei versi danteschi appare evidente: ‘i cattivi non ti avranno dalla loro parte’, cioè chi intende sfruttare il poeta nella sua posizione ha intenti malvagi.
Pag. 21-23

JOSÉ BLANCO JIMENEZ, Toponomastica fiorentina nel”Decameron”. Problemi della traduzione castigliana del secolo XV
Quando Boccaccio nel “Decameron” vuole conferire un aspetto realistico al suo racconto descrive con cura Firenze e, per le storie ambientate nella città, utilizza la toponomastica storica per dare verosimiglianza alla storia. Questo continuo riferimento ai luoghi ha creato numerosi problemi ai primi traduttori dell’opera, soprattutto per quanto riguarda la versione castigliana del XV secolo, ricca di diverse varianti già presenti nell'originale dal quale si traduceva. I luoghi che vengono presi in esame nell'intervento e dei quali, quando presente, viene riportata la traduzione sono: le mura e le porte (Porta a Faenza, Porta San Gallo, Porta San Piero, Porta San Brancazio, Porta San Giovanni), gli idronimi (il fiume Arno, il torrente Mugnone), le chiese (Santa Maria Novella, Santa Maria Ughi, Santa Maria Maggiore, San Paolo, Santa Croce, Santa Maria a Verzaia, Santa Lucia del Prato), le strade (via del Cocomero, via di Camaldoli), i luoghi vicino Firenze (Legnaia, Montisoni, Le cave di pietra serena, Varlungo, Peretola, Monte Asinaio, Fiesole, Camerata, Montughi, Pasignano).
Pag. 25-48

ANTONELLA DEJURE, Per l’edizione dei “Dolori mentali di Gesù nella sua passione” di Camilla Battista da Varano. Aspetti della traduzione e note linguistiche
Nel 1488 la clarissa Camilla Battista da Varano terminò di scrivere l’opera “Dolori mentali di Gesù nella sua passione”, un racconto delle sofferenze patite dal Cristo nel pensiero prima della crocifissione. L’autrice dimostrò una profonda conoscenza del volgare, derivata dalla formazione culturale ricevuta in giovinezza e una capacità di scrittura che aveva però, come affermò, una ispirazione divina. L’opera, il cui argomento aveva radici in analisi riscontrabili nella letteratura francescana due-trecentesca, ottenne un immediato e straordinario successo, tanto da essere tra le prime della letteratura religiosa femminile in volgare. Ovviamente, oltre alle edizioni a stampa, il testo ebbe una trasmissione parallela attraverso i manoscritti utilizzati nell’ambito dei monasteri e delle famiglie religiose, creando così una serie di varianti formali e di contenuto. In particolar modo, appare necessario porre a confronto il codice contenente gli scritti dottrinali della Varano, custodito nel monastero di Camerino e copiato dall’olivetano Antonio da Segovia, e la prima stampa dell’opera, l’incunabolo veneziano realizzato probabilmente nella bottega del tipografo Johann Emerich.
Pag. 49-59

THÉA STELLA PICQUET, Le langage de Machiavel vu de l’hexagone
L’intervento propone, in principio, una breve sintesi della biografia di Niccolò Machiavelli, delle condizioni che portarono alla stesura de “Il Principe”, della struttura stessa dell’opera e della fortuna che ottenne in Francia nel corso dei secoli. Questa breve premessa serve all'autrice per introdurre la figura di Innocent Gentillet, giurista nato a Vienna nel 1535, che si dedicò anche allo studio dell’ideologia calvinista. Nel 1576, divenne noto come autore dell’opera l’”Anti-Machiavel”, che venne poi nuovamente stampata nel 1578 e nel 1579, inizialmente non sottoscritta. L’obiettivo di Gentillet era sostanzialmente quello di contrapporre alla morale politica del Machiavelli una morale cristiana poiché il diritto si fonda, a suo avviso, su tre concetti fondamentali: il Consiglio, che è la manifestazione del diritto civile, la Religione che rappresenta il diritto divino, la Polizia che è manifestazione quotidiana del governo. Confutando le tesi del Machiavelli, Gentillet intende fare un processo agli Italiani in genere, colpevoli insieme a Caterina de’ Medici di aver introdotto una condotta immorale in Francia e di aver ucciso molti innocenti durante la notte di San Bartolomeo.
Pag. 61-67

MARINA MARIETTI, Un maître d’italien à Paris au XVIIIe siècle: l’abbé Antonini
La figura del ‘maestro d’italiano’ ha acquisito nel corso dei secoli in Francia un significato diverso fino a diventare, nel Settecento, un professionista affermato, il cui impegno era quello di insegnare l’italiano e diffondere la conoscenza della letteratura italiana. In particolare, per numero di opere scritte e per la straordinaria personalità, si distinse in quel secolo Annibale Antonini. Il suo instancabile lavoro di grammatico lo portò alla stesura dell’opera più nota, il “Dictionnaire italien, latin et françois”, il cui primo tomo venne pubblicato nel 1735. Si tratta di un dizionario bilingue che voleva essere allo stesso tempo un dizionario etimologico, unione dei migliori dizionari esistenti delle singole lingue. Degna di nota è la prefazione alla prima parte, dal titolo “Défense de la Langue Italienne”, in cui l’autore intendeva proteggere la lingua italiana dagli attacchi mossi da francesi prevenuti. Come editore l’Antonini ebbe il merito di dare alle stampe nel 1744 la “Jérusalem Délivrée” e nel 1746 le “Roland Furieux” oltre che una serie di raccolte che dovevano dimostrare concretamente il prestigio e la ricercatezza dell’italiano scritto.
Pag. 69-81

SERENA INSERO, ‘Signore grande, ma testa singolare’: Alfieri nel carteggio Paciaudi-Bodoni
Per lo studio della biografia di Vittorio Alfieri fondamentali sono i dati che si possono estrapolare dal carteggio intercorso tra Paolo Maria Paciaudi e Giambattista Bodoni, in particolare per i giudizi espressi dallo stesso Paciaudi e per le indicazioni sulle persone che il poeta ebbe la possibilità di incontrare e frequentare a Parma. Secondo il carteggio i soggiorni di Alfieri a Parma, tra il 1766 e il 1776, furono quattro e non tre come raccontato nella “Vita”. A partire dal 1775 Alfieri iniziò a inviare costantemente al padre teatino le proprie tragedie, chiedendo il suo parere, e Paciaudi più volte si rivolse a vari letterati italiani, scrivendo lettere di presentazione per organizzare incontri con il giovane poeta, che spesso veniva definito persona intellettualmente impegnata, ma dal carattere introverso e singolare. Attraverso il carteggio, inoltre, emerge la presenza di Alfieri a Parma anche nell’ottobre del 1776, quarto e ultimo soggiorno durante un viaggio di ritorno a Torino, e Paciaudi, in quella circostanza, precisa il coinvolgimento del poeta nell’appena costituita società letteraria Sampaolina di Torino.
Pag. 83-101

DAMIANO D’ASCENZI, ‘Sotto il nome di Plinio’: presenze del mondo letterario e storico latino nel “Panegirico” alfieriano
L’articolo si concentra sulla ‘suasoria’ “Panegirico di Plinio a Trajano” di Vittorio Alfieri, operazione di riscrittura del celebre discorso epidittico di Plinio il Giovane ultimata a Pisa nel 1785, la cui intelaiatura argomentativa viene ripercorsa a partire da un raffronto con le tendenze tematiche delle declamazioni latine di I secolo d. C. e del quale si cerca di inquadrare la natura di finto falso letterario.
Pag. 103-109

ANGELO FABRIZI, Due lettere dell’Albany
Lovanio Rossi, grande studioso di Alfieri, di letteratura italiana antica e di storia toscana, ha deciso di donare alla Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze la sua raccolta di edizioni delle opere di Alfieri. Si tratta di ben circa 900 edizioni che vanno dal Settecento ai nostri giorni e che comprendono anche saggi su Alfieri scritti nel Settecento, Ottocento e Novecento, fotocopie, documenti e appunti. L’intervento propone, in particolare, la riproduzione di due lettere inedite di Pierangelo Ariatta indirizzate allo stesso Rossi, in cui si fa riferimento ad un insieme di lettere raccolte dal collezionista avvocato Giambattista Finazzi. Nello specifico vengono citate una lettera dell’Albany in italiano a Luigi Farnesi, una del Caluso a G. B. Bodoni, una di Angelo Mai a Luigi De Angelis, una cartolina di Gervasoni a Nino Bonola e la trascrizione dell’epigrafe latina posta sulla tomba di Francesco Gori Gandellini. Nell’intervento vengono, quindi, riprodotte , rispettandone anche le particolarità grafiche, due lettere dell’Albany indirizzate a Giuseppe Luigi Biamonti (conservata presso la Biblioteca Civica Negroni di Novara) e a Luigi Farnesi.
Pag. 111-113

FRANCO SUITNER, Trovatori e giullari da romanzo storico
Durante il periodo romantico e post-romantico si è assistito alla rivisitazione di figure e tematiche tipiche dell’epoca medievale e questo intervento si pone l’obiettivo, nello specifico, di esaminare alcuni ritratti di trovatori e di figure analoghe presenti nei romanzi storici del primo Ottocento. Il primo caso citato è, ovviamente, quello dell’”Ivanhoe” di Walter Scott, ma degno di nota è anche l’“Heinrich von Ofterdingen” di Novalis per il riferimento alla figura del ‘Minnesänger’ tedesco. Nell’opera di Scott due sono i personaggi di poeti-cantori, trovatori non professionisti, Riccardo Cuor di Leone e il ‘chierico di Copmanhurst’, cioè frate Tuck, mentre in “La bella fanciulla di Perth”, una dei personaggi è Luisa, una trovatrice provenzale. Molti saranno poi gli imitatori europei che inseriranno in un romanzo di ambientazione medievale una figura di trovatore, di giullare, o comunque di un personaggio che esibisce col liuto, con l’arpa, col canto. Tra questi spicca “Los bandos de Castilla o el caballero del cisne” di Ramón López Soler e in Italia i “Viaggi di Francesco Petrarca in Francia in Germania ed in Italia” di Ambrogio Levati e “Marco Visconti” di Tommaso Grossi.
Pag. 115-130

FRANCO SUITNER, Quando la storia uccise la poesia: per un nuovo libro di Manzoni
Paolo D’Angelo è l’autore di un libro, intitolato “Le nevrosi di Manzoni. Quando la storia uccise la poesia”, in cui viene analizzata la scelta del Manzoni di accantonare il genere romanzesco dopo aver ottenuto un considerevole successo con “I Promessi Sposi”. La scelta del Manzoni, secondo D’Angelo, è collegata al difficile periodo che l’autore stava attraversando, la cosiddetta ‘nevrosi di Manzoni’, legato ad una forma di agorafobia di cui soffriva, una patologia in qualche modo simile a quella di cui era affetto anche l’artista oltre che l’uomo. In ambito letterario, Manzoni aveva necessità di ancorare costantemente i suoi lavori e la storia era l’unico legame possibile, che diveniva però sempre più difficile. Ormai disilluso, nel ’27 decise che non potendo più scrivere romanzi con valenza storica doveva preferire scritti di storia veri e propri, arrivando alla conclusione che la letteratura ‘d’invenzione’ fosse del tutto destituita di valore. Solo i grandi autori del passato come Dante, Shakespeare, Goethe, riuscirono ad incarnare la vera letteratura d’invenzione, ma Manzoni decise di porsi il problema se nel futuro possano nuovamente esistere altri scrittori di questo calibro.
Pag. 131-134

ELLA IMBALZANO, Fantasia drammatica e impegno umanitario in Francesco Dall’Ongaro
Francesco Dall’Ongaro, autore di novelle e di ballate, può essere considerato a tutti gli effetti un vero rappresentante del movimento romantico in quanto difensore assoluto del concetto di libertà, intesa come onore, della dignità che lotta contro i soprusi e le ingiustizie. Tali concetti vennero rimarcati soprattutto nella raccolta “Fantasie drammatiche e liriche”, dove si evince l’esistenza di un unico filo conduttore e la precisa definizione di quello che il compito del poeta. L’artista, infatti, secondo Dall’Ongaro non deve solo limitarsi ad imitare la natura, bensì deve, studiando fedelmente il ‘vero’, dare forma a quegli elementi che nella natura appaiono diversi. Non crede che vi debba sempre essere un nostalgico riferimento ad epoche lontane, poiché la bellezza risiede in ogni forma di verità e individua nel popolo e nelle donne i suoi lettori ideali, proprio perché meno influenzati dai secoli passati. Opera emblematica è “Marco Cralievic”, racconto della resurrezione da un sonno di tre secoli di un prode serbo ad opere delle Vile, divinità tutelari degli Slavi.
Pag. 135-196

ALBERTO BRAMBILLA, De Amicis-Daudet: un dossier da riaprire
Edmondo De Amicis fu sempre profondamente affascinato dalla letteratura francese e questa grande passione lo condusse per tre volte a Parigi. Durante questi soggiorni ebbe la possibilità di conoscere Zola e Hugo, ma anche Émile Augier, Alexandre Dumas e Alphonse Daudet, estrapolando da questi incontri dei ritratti critici degli scrittori per capire come stesse cambiando lo sguardo che essi avevano sulla realtà. L’esperienza con Daudet venne raccontata nei “Ritratti letterari” dove, dopo aver dato anche una descrizione fisica dello scrittore, De Amicis tradusse per iscritto gesti e parole dell’artista francese, riportando quelli che possono essere considerati dei monologhi. Il ritratto appare così costituito come una sorta sintesi tra l’autore e i suoi libri, perché è lo stesso autore a raccontarli, non riuscendo a trovare una strada migliore per rendere la forte carica psicologica dei suoi scritti. A questo incontro seguì una fitta corrispondenza epistolare con lo scambio reciproco di libri. De Amicis dichiarò di essersi anche dedicato alla traduzione di alcuni capitoli di Daudet pubblicati sulla “Gazzetta Piemontese” e individuati da Alberto Brambilla.
Pag. 197-213

ANTONIO CANCELLIERI, Carolina Invernizio, maestra del romanzo d’appendice
Carolina Invernizio (1851-1916) fu l’autrice di circa centotrenta romanzi appartenenti al genere d’appendice, dove a prevalere sono i delitti, le vendette, le passioni violenti e gli amori incestuosi. Moglie e madre esemplare, volle dedicarsi alla scrittura di romanzi che definiva ‘storico sociali’ con il preciso intento di offrire una possibilità di evasione dal quotidiano attraverso un mondo pieno di sorprese e contribuendo all'alfabetizzazione degli emigranti italiani, ottenendo un notevole successo anche in America Latina. Questa tipologia di letteratura d’evasione non può, quindi, prescindere dal contesto sociale a cui è rivolta rompendo gli schemi e rendendo protagoniste delle storie proprio le donne comuni, del popolo. Fu questa autrice a far conoscere al pubblico italiano il ‘noir’ a tinte fosche e, anche recentemente, grande è stato l’interesse che ha portato alla creazione di opere teatrale, sceneggiati e film ispirati alle sue opere, riconoscendo il prestigio di un’autrice che ebbe il merito di scrivere per tutti i ceti e che ha rispecchiato le condizioni sociali e storiche del suo tempo.
Pag. 215-220

SELENE SARTESCHI, Lettura di “Cocotte” di Gozzano
Per la prima volta la poesia “Cocotte” di Guido Gozzano venne pubblicata con il titolo “Il richiamo” in un numero della rivista “La Lettura” e una dedica a Ofelia Mazzoni. In realtà, una prima stesura di questa lirica venne inviata dall’autore, alla fine del 1907, ad Amalia Guglielminetti, con l’esplicito invito a non divulgarla perché considerata ancora una bozza incompleta. La critica ha più volte manifestato l’incertezza nel considerare questo componimento come parte integrante della poetica del Gozzano poiché appare maggiormente come un esempio di una fase decadente del poeta e perché emerge l’assenza di quella ironica tensione caratteristica del suo stile. La poesia è nettamente divisa in due parti, ciascuna di 42 versi, che comprendono la prima, le sezioni I, II, III, e la seconda la sezione IV, con una scansione che è anche cronologica visto che nella prima metà i tempi usati sono il passato prossimo e remoto, mentre nella seconda è il presente. I critici manifestarono apprezzamento solo per le ultime due o tre sestine, ma anche se non può essere considerata come una delle poesie più equilibrate di Gozzano, va vista come una di quelle più autentiche e consapevoli.
Pag. 221-231

ASTERIA CASADIO, Classicismo e sperimentalismo nella carriera poetica di Luciano Fintoni
Il poeta Luciano Fintoni nella sua continua ricerca della verità definisce alcuni punti saldi della sua poetica, temi che si intersecano, si sovrappongono, si alternano in base alla raccolta. Innanzitutto il mito, inteso come riscoperta delle radici dell’uomo e del mondo occidentale, che viene utilizzato all'occorrenza, come la lingua latina e gli antichi poeti, perché alcune concetti non possono essere espressi diversamente. Altre costanti nella poetica fintoniana sono: il dualismo tra la città e l’altrove, tra il progresso e un mondo meno evoluto, ma più vero; la ricerca di un Dio lontano, ma che diventa presente attraverso il Figlio; la ricerca della parola poetica. L’intervento analizza le raccolte pubblicate dal poeta a partire da “La luna è rotonda”, del 1974, dove affiorano liberamente i suoi pensieri. Nel 1975 venne pubblicata “Cavaliere cosa porti?”, raccolta incentrata sulla ricerca di una vita naturale e arborea, mentre è del 1978 “L’assoluto selvaggio” che vede il ritorno della figura della madre, origine della vita. Risalgono, invece, al 1985 “Vento immite”, al 1989 “Frammenti del mondo terrestre”e “Libro di diversi”, pubblicata postuma nel 1992.
Pag. 233-273

CORRADO DASTOLI, “Antium”
Corrado Dastoli propone qui un suo componimento intitolato “Antium” e centrato sul ruolo svolto dalla sua città natale, Anzio appunto. Per cercare se stesso l’autore deve necessariamente ripercorrere la storia antica di questo territorio, le sue vicende storiche. Si tratta di un luogo geografico, ma anche di un luogo dell’anima che ieri, come oggi, deve passare attraverso la protezione di una figura femminile. Nel passato si è parlato della dea Fortuna o di Angelita, mentre per il poeta è Silvia, figlia dell’ultimo capitano della reggia imperiale, a riscattare il degrado e la rovina, personificando la passione poetica. Numerosi e consapevoli sono i riferimenti a grandi autori del passato, per stessa ammissione dell’autore, come Virgilio, Ungaretti o Leopardi.
Pag. 275-279