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Mancarini Beatrice, L'inconsolabile Pavese, il mito e la memoria

Alessandria, Edizioni dell'Orso, 2013, XXIV-60 p., 15 euro

L’Orfeo di Pavese ha un destino, una “rupe” che gli grava sulle spalle: l’esser poeta. Il destino di colui che canta la vita e la morte è isolamento, esclusione, allontanamento; ma, al tempo stesso, la poesia è il mezzo per superare il limitato orizzonte dell’Io e giungere alla vastità del Sé universale che dà senso e salvezza alla vita dell’uomo. Partendo dal mito classico di Orfeo e dall'Inconsolabile pavesiano l’autrice presenta un’originale analisi del rapporto di Pavese con il mito attraverso diversi filtri interpretativi. Furio Jesi, la religio mortis e il suo tormentato rapporto con il mitologo ungherese Károly Kerényi, la concezione pavesiana dell’esperienza come reminiscenza soggettiva, il ruolo salvifico di Mnemosyne, il rimorso dei salvati nella Casa in collina, i simboli iniziatici della luna, del fuoco e del nudismo, l’impegno editoriale alla collana viola, le affinità con Mircea Eliade… fino ad arrivare al bisogno ontologico di Pavese di religio e di sacrum come punti cardinali della sua vita e della sua poetica. Un’immagine “altra” e diversa di Pavese che lo accompagna attraverso un lungo viaggio iniziatico nel “regno delle madri” fino alla tragica discesa nel gorgo della morte.