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Bologna, Il Mulino, 2013, 184 p., 15 euro

Pensata come complemento della «Storia della letteratura italiana» (6 vol., 2005), questa serie di «Profili» ne ripropone la formula introduttiva. Collocandolo nel quadro storico e sociale della sua epoca, ogni volume presenta uno dei grandi autori della tradizione letteraria italiana, ne discute criticamente le opere e ne illustra la poetica.

Bologna, Il Mulino, 2012, XII, 231 p. € 29.

L’allegoria è uno degli aspetti più caratteristici della letteratura medievale. Nella poesia dei trovatori le forme e i procedimenti allegorici vengono tuttavia utilizzati solo raramente. Poiché si ritiene comunemente che il grande canto cortese si fondi sulla soggettività o sull’artificio formale, i trovatori, a parte rare eccezioni, sono parsi costituzionalmente estranei all’allegoria, considerata un elemento proprio di tradizioni poetiche più aperte alla narratività e alla rappresentazione oggettiva. In un confronto continuo con le maggiori letterature medievali, questo studio si concentra in particolare su due forme poetiche (la pastorella e la tenzone), nel tentativo di mostrare come l’utilizzo dei procedimenti allegorici risulti caratteristico di una precisa linea interna alla prima e più importante tradizione lirica romanza.

Bologna, Il Mulino, 2013, 164 p., 24 euro

I fondamenti metafisici e fisici della cosmologia di Dante Alighieri, quale essa appare nella Divina commedia, nella Quaestio de aqua et terrae nel Convivio, sono al centro delle analisi di questo libro. Partendo dalla descrizione degli effetti della rovina angelica e dalla disamina delle discussioni sull'effettiva valenza cosmogonica di tali effetti, si rintracciano le linee fondamentali del dibattito ermeneutico sulla presunta contraddizione che emerge tra i diversi passi danteschi di argomento più propriamente cosmogonico, rinvenibili nel terzo e nel trentaquattresimo canto dell’Inferno, nel settimo e nel ventinovesimo del Paradiso e nella Quaestio. Svolta un’analisi critica di diverse interpretazioni esegiticamente e teoreticamente rilevanti, si procede a delineare un’ipotesi ermeneutica che consenta di rendere ragione delle differenze teoriche che paiono emergere tra i diversi passi in questione, al fine di dimostrare la plausibilità di una proposta conciliativa, capace quindi di porsi in accordo con la più volte ribadita pretesa di Dante di fare della propria opera un tramite di espressione di profonde verità filosofiche e teologiche.
Nel trattare i nodi fondamentali della cosmologia e della cosmogonia di Dante, si rinvia costantemente alle urgenze teoretiche di natura fisica e metafisica che sottendono l’ordito delle argomentazioni dantesche. Il ruolo della materia e la mediazione dei cieli e delle intelligenze celesti nel contesto della definizione e dell’attribuzione delle forme degli enti del mondo sublunare, con tutta la problematicità teoretica che tali temi portano con sé, divengono il riferimento principale di un’analisi volta a dimostrare come le questioni fondamentali della cosmogonia dantesca, sia dal punto di vista fisico-cosmologico sia dal punto di vista della definizione di una cronologia degli eventi cosmogonici, possano trovare un’adeguata delucidazione, nonché la possibilità stessa della proposta di soluzioni interpretative globali coerenti, soltanto in un riferimento costante alle sottese problematiche teoriche di ordine metafisico.

Bologna, Il Mulino, 2013, 288 p., 25 euro

In una nuova e fervida stagione di studi danteschi, questo libro torna ad affrontare questioni fondamentali, quali il problema del titolo della Commedia o l’autenticità dell’Epistola a Cangrande e di quella di frate Ilaro. Combinando strettamente esame storico-filologico e sforzo esegetico, l’autore fa luce sulle tappe principali della stesura e della prima diffusione del poema, e rilegge da un’angolatura originale le sue interpretazioni critiche e artistiche dal Novecento a oggi. Infine, un’appendice dedicata alla Vita nova ne individua per la prima volta alcuni presupposti scritturali e teologici.

Bologna, Il Mulino, 2012, 170 p., € 25.

L’edizione del carteggio fra Benedetto Croce e Vincenzo Arangio-Ruiz, illustre giusromanista, consta di circa sessanta lettere, ed altri documenti. Nonostante una buona parte delle epistole di Croce ad Arangio-Ruiz sia andata, forse irrimediabilmente, perduta, la pubblicazione presenta comunque aspetti di vero interesse. Essa abbraccia un arco di tempo compreso fra gli anni Venti e la scomparsa del filosofo napoletano: oltre al telegramma di adesione di Arangio-Ruiz al manifesto degli intellettuali antifascisti, molto materiale è inerente alla convulsa stagione della Liberazione e della formazione dei primi governi di Unità nazionale. Nel periodo in cui Arangio-Ruiz era a capo del Comitato di Liberazione napoletano il tema degli scambi si incentrò in particolare sull’abdicazione del re; in seguito, con lo studioso ministro alla Giustizia e quindi all’Istruzione, le questioni riguardarono principalmente l’epurazione universitaria e la ricostituzione dell’Accademia dei Lincei.

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