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Roma, Aracne, 2011, 232 p., euro 12

Il volume indaga i caratteri e la diffusione della prosa umoristica che, negli anni a cavallo dell’Unità d’Italia, si pone in alternativa alle tradizionali forme del racconto e ricostruisce il dibattito critico-letterario che ha favorito la ricezione dell’umorismo d’oltralpe, accolto e funzionalizzato all’interno delle esigenze della società italiana tardo risorgimentale e delle spinte ideologiche in essa presenti. Il panorama che emerge da questa indagine permette di individuare una concezione della letteratura e una pratica della scrittura che, al di là dei diversi percorsi esistenziali e storico-culturali, accomuna un gruppo di autori, tutti consapevoli del valore innovativo e critico sotteso al loro impegno letterario, la cui disponibilità e capacità propositiva si irradia attraverso un intreccio di rapporti nel contesto post-unitario. L’individuazione di questa tradizione “minore” permette di comprendere meglio la sostanza culturale di quell’epoca di transizione, che nella tipologia della scrittura umoristica intravede la possibilità, o traduce la necessità, di una letteratura d’idee, un’arte riflessiva, seriamente intenzionata ad includere sempre più vaste porzioni di realtà: una letteratura che vuole rappresentare la disarmonia, i contrasti e la complessità della realtà, e che proprio in questi caratteri scorge la sua modernità

Roma, Aracne, 2012, 800 p., euro 21

L’autore delinea un profilo critico di Luigi Squarzina, regista teatrale, drammaturgo, saggista, teorico e storico del teatro fondatore, fra gli altri, del D.A.M.S. di Bologna dove è stato docente così come pure all’Università “La Sapienza” di Roma presso la cattedra di Storia del Teatro e dello Spettacolo. Attraverso un originale lavoro di ricerca, approfondisce quello che per circa un sessantennio è stato il rapporto del Maestro con la drammaturgia e il teatro di Pirandello. Prendendo spunto da materiali inediti, quali la redazione delle interviste a Squarzina e a Vittorio Gassman, o da documenti autografi dell’attrice Winni Riva, ricostruisce il percorso del regista dagli anni della formazione presso la Règia Accademia d’Arte Drammatica di Roma a quelli dell’affermazione registica e dei grandi successi nazionali e internazionali. Soprattutto quelli pirandelliani, il cui filone è qui indagato a partire dalle riflessioni sulla matrice narrativa del drammaturgo, passando per l’interpretazione critica di Squarzina, fino a culminare nella presentazione di unaTrilogia della maternità in Pirandello con il saggio Tre madri. Così è (se vi pare), Come prima, meglio di prima, La vita che ti diedi (1995), che conclude un ciclo di undici spettacoli con i quali il regista ha chiarito quale sia stato il suo contributo alla comprensione del pensiero e della drammaturgia del Premio Nobel “girgentino”.

Roma, Aracne, 2014, 456 p., euro 22

L'analisi dei gallicismi della Divina Commedia consente di misurare l'influenza esercitata su Dante dalla cultura galloromanza e al contempo l'evoluzione semantica che il poeta impone al sistema lessicale d'oltralpe, con un'operazione «che apre lo spazio allo sviluppo della lirica post–dantesca, quella del Canzoniere petrarchesco» (p. 379). Sulla base di questa ipotesi, il libro si articola in due parti: un repertorio di schede lessicali, dove la discussione etimologica della parola è correlata all'analisi della sua storia e alle ipotesi esegetiche in campo, e una sezione dedicata all'interpretazione dei dati raccolti dal punto di vista storico–letterario e della complessiva produzione dantesca.

Roma, Aracne, 2014, 300 p., euro 18

Dal carme funebre per la madre Eletta alla querimonia di Magone nell'Africa, dalla meditazione sulla morte nel Secretum al lamento di Dolor con cui si conclude il De remediis utriusque fortune: incessante è la meditazione di Petrarca sulla morte, a gara con i classici. Negli anni intorno al 1348 l'infittirsi delle morti degli amici intensifica la riflessione intorno ai colpi di Fortuna: nasce il sentimento del sopravvissuto, costretto a confrontarsi con lunghi anni di assenza e di desiderio delle persone amate. Le rime 'in morte' del canzoniere si intrecciano così con le coeve lettere delle Familiari, con le ultime egloghe del Bucolicum carmen, in una rete complessa di rinvii che questo studio cerca di illuminare.

Roma, Aracne, 2014, 160 p., euro 10

L'autrice intende presentare un particolare punto di vista sull'opera di Giacomo Leopardi, poeta troppo spesso etichettato come "pessimista" e "nichilista", partendo, paradossalmente, proprio dal nulla, inteso come "non–essere", "non–senso". Siamo proprio sicuri che il nulla leopardiano sia solo questo e che il suo rapporto con l'infinito si riduca a una semplice identificazione con lo "sconfinato", il puro "vuoto"? Gli orizzonti dell'infinito–nulla ci svelano un legame nuovo, originario e autentico con la dimensione dell'essere, oltre il vuoto abisso nel quale il nichilismo vorrebbe gettare il pensiero leopardiano.

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