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Pisa, Edizioni ETS, 2013, 158 p., 12.75 euro

Il volume si occupa della rappresentazione che il discorso diretto del personaggio ha trovato nei testi di riferimento della tradizione cavalleresca: come e di cosa parlano i personaggi? quali linguaggi usano? a che scopo? con quale efficacia?... L'eterogeneità degli approcci, che caratterizza questa raccolta di saggi, fa emergere la complessità dell'oggetto di studio: l'interesse per gli aspetti strutturali del racconto di secondo grado è al centro del contributo di Richard Trachsler sul Guiron le Courtois; l'oggetto d'indagine offre un terreno privilegiato per una disamina filologica nell'intervento di Franca Strologo sulla Spagna in rima; di taglio tematico è la ricerca di Annalisa Perrotta, che affronta il discorso del personaggio come sede del tòpos della menzogna e dell'identità celata in alcuni poemi cavallereschi italiani tra Quattro e Cinquecento (l'AncroiaI cantari di Rinaldo, l'Altobello); l'approccio semiotico di Costantino Maeder porta a una prima campionatura del soliloquio e degli "a sé" del personaggio, studiati ne L'inamoramento de Orlando; un'attenzione agli aspetti linguistico-stilistici, volta a un recupero intertestuale, muove l'indagine di Jane Everson sul lamento d'amore di Sinodoro nel Mambriano; le tecniche di inserimento dei racconti di secondo grado nella trama principale sono illustrate da Annalisa Izzo, che mette a confronto il Furioso con L'inamoramento de Orlando; Georges Güntert, infine, osserva da vicino lo slittamento tra piano dell'enunciazione del personaggio ed enunciazione del narratore principale nella Gerusalemme liberata. Nella varietà delle metodologie di analisi testuale, gli studi qui raccolti sollecitano una riflessione intorno a una problematica solitamente negletta dalle ricerche sulle forme del racconto cavalleresco.

Pisa, Edizioni ETS, 2013, 264 p. (+16 p.ill.), 28 euro

Il corpus delle opere di Leonardo Sciascia può presentarsi al lettore come una camera delle meraviglie in cui trovano posto frammenti ecfrastici, citazioni di quadri, di foto, di film, quasi che l’inchiostro cerchi la complicità dei linguaggi visivi per rappresentare il recto e il verso del mondo. Oltre al fitto catalogo di immagini evocate dentro i testi, la propensione di Sciascia alla visualità si declina anche attraverso la scelta accurata delle copertine, la collaborazione con fotografi e artisti, la collezione di stampe e opere d’arte, attività queste vissute con appassionato ‘dilettantismo’ ma capaci di produrre esiti di straordinaria modernità (si pensi ai tanti volumi fotografici di Scianna, Leone, Sellerio, glossati dalla sua penna; alle mostre e ai cataloghi di pittori amici del calibro di Guttuso, Guccione, Caruso; ai commenti per i documentari sulla Sicilia girati da Ferrara, Mingozzi, Quilici). La pittura, la fotografia e il cinema sono per lo scrittore una soglia possibile, un varco per l’immaginazione e una testimonianza per la storia e la memoria.
Questo libro indaga i diversi livelli di ibridazione fra parole e immagini presenti nella produzione di Sciascia e restituisce così un ritratto a tutto tondo di un autore profondamente legato alle sue radici geografiche e culturali, ma pronto a confrontarsi con i segni luminosi e ambigui della contemporaneità.

Pisa, Edizioni ETS, 2013, 192 p., 16.15 euro

Come collocare, dentro la poetica di Levi, una scelta narrativa, quale la scrittura fantastica, in apparenza discordante dalla più nota veste memorialistica che testimonia la Shoah? L'analisi ermeneutica dei racconti leviani, qui offerta, scoraggia dal riproporre questa domanda, perché la ricostruzione del contesto storico e sociale, cui lo scrittore si dedica dagli anni '70 in poi, si salda con le più aggiornate teorie socio-antropologiche, venendo così a collimare con la prospettiva scientifica della storia sociale, senza soluzione di continuità tra un'opera leviana e un'altra. Tappe, queste, con le quali Levi decodifica l'ipertrofica cultura dell'immagine e del visuale, poi radicata nell'attuale "società dello spettacolo", che coincide col tema disturbante della mostrificazione bio-tecnologica, di cui è protagonista la perversione di ogni sistema di sofisticazione dell'esistenza umana, pesantemente alterata da nuove volontà di dominio. Una lettura del presente alla luce dei passati drammi storici, pronti tuttavia, come fantasmi, a un ritorno egualmente violento nel prossimo futuro. Per riconsiderare anche l'esperienza traumatica di Auschwitz, Levi opera un esorcismo finzionale con gli strumenti del paradosso ironico e dell'antifrasi grottesca, desacralizza le simulazioni del presente e fa emergere la coscienza storica.

Pisa, Edizioni ETS, 2012, 80 p., 10.20 euro

La coscienza di Zeno non è la storia di una psicoanalisi più o meno riuscita: è il resoconto di una rivelazione metafisica. Zeno ritiene che la sua infelicità sia una malattia, dunque che sia curabile; per curarla si rivolge ad uno psicoanalista. Il dottor S., pensando di applicare i principii della teoria freudiana, spinge il suo paziente a ricordare la propria vita passata. Senza saperlo, spinge così Zeno a conoscersi e a riconoscersi: come, prima di Freud, aveva intuito Schopenhauer, "il primo che seppe di noi", secondo lo stesso Svevo. E Schopenhauer indica, nel Fondamento della morale, il procedimento che conduce Zeno alla 'guarigione': "La memoria, sempre più ricca, delle azioni significative in questo riguardo viene completando sempre più il quadro del nostro carattere, la vera conoscenza di noi stessi". E ancora: "La conoscenza di noi stessi che va sempre più completandosi, il verbale delle azioni che sempre più si riempie è la coscienza". In questo passo abbiamo la spiegazione più esauriente del titolo – linearmente, benché cripticamente, descrittivo – del terzo e maggiore romanzo di Italo Svevo.

Pisa, Edizioni ETS, 2013, p. 322, Euro 22, 00

Cesarotti e Foscolo, il maestro e il discepolo. In fondo si somigliavano. Per questo si amarono e temettero così tanto. Entrambi figli dell'irrequietezza, cresciuti nel medesimo bisogno di amore, teste calde dal cuore d'oro, avevano cercato nei libri, nella contemplazione della natura, negli affetti semplici la loro consolazione.
Ma mezzo secolo li separava: una voragine, in un'epoca di accelerazioni improvvise e di eventi inusitati, che anelava a un mondo nuovo.
Nel giovane Foscolo, l'anziano Cesarotti rivide la sua giovinezza battagliera e da tempo sopita: volle dargli affetto ma qualcosa lo frenò; tentò di contenere nell'argine del proprio magistero quel fiume in piena, ma non poté. Provò a moderarlo inviluppandolo nello stile e nella liturgia ossianica, malinconica e consolatrice del suo cenacolo, ma non vi riuscì perché quel ragazzo aveva già imboccato un'altra strada. Aveva funzionato con tutti gli allievi prediletti: con Gaudenzi e Greatti, con Bondoli ed Olivi, con Pieri, Barbieri e Viviani. Ma con Foscolo no, e fu rottura. La sola, irreparabile rottura della "famiglia" cesarottiana.
Basato su una vasta documentazione inedita, il presente saggio ripercorre la vita del Cesarotti e gli anni giovanili del Foscolo, mostrando quanto profondamente la frequentazione dell'illustre maestro, e della sua scuola padovana, abbia marcato l'ingegno e le prime produzioni dell'irrequieto poeta greco-veneto. Fino al fatidico 1797.